I viaggi che non avresti fatto

Il lago nero
di Chiaverano

Le origini

Un anfiteatro glaciale u­ni­co nel suo genere in Eu­­ropa, un enorme spa­­zio di colline mo­reniche a forma chiusa come se se si trattasse di un lago di Garda sen­­za la presenza dell’acqua. Questo straordinario ambiente chiamato An­fi­tea­tro Morenico di Ivrea (Ami) si trova in Piemonte e va conosciuto e frequentato al pari di altri più noti ambienti naturali italiani, magari fa­cendo tappa a Chiaverano (tra Biella e I­vrea), un paese particolarmente sensibile ai valori culturali e alla tu­tela della natura. Non a caso, proprio a Chiaverano, ogni anno il Comune ospita Oasis con il suo il Wild Art Fe­stival, una manifestazione ric­ca di iniziative, convegni, mostre ed eventi dedicati alla fotografia e al disegno naturalistico. Maurizio Tentarelli, vicesinda­co del paese, sostiene come ammini­stra­zio­ne locale la promozione del­l’area: «Il nostro territorio» afferma «ha un va­lore culturale e ambientale inesti­ma­bile. Tutelandolo si può puntare a un turismo di qualità per apprezzare un paesaggio non presente altrove e in cui i valori storici e naturalistici convivono con attività economiche eco­so­stenibili». L’origine geologica di questi luoghi va molto in là nel tempo. Durante l’era Quaternaria, nel Pleistocene (pe­­riodo che va da circa 2.580.000 a 11.500 anni fa), un ghiacciaio (il Balteo), lungo 100 chilometri e originato dalla vicina valle d’Aosta, con un lavoro di centinaia di mi­gliaia di anni dette origine, per tra­sporto e accumulo di materiale roc­cioso, alle col­line moreniche che circondano a co­rona una pianura attraversata dal fiu­me Dora Baltea. Il ghiacciaio for­mò così l’Anfiteatro morenico di I­vrea, esteso per circa 600 km quadrati. Per ammirare questo spettacolo dell’evoluzione geologica arrivano studiosi e turisti da ogni parte del mon­do, perchè si tratta di uno dei più importanti complessi di origine gla­ciale di tutto l’arco alpino. Il geomorfologo tedesco Adolf Zienert, dell’Università di Heildeberg, ha affermato che chi non ha mai visto delle vere morene di origine glaciale, dovrebbe arrivare fin qui per capire bene di cosa si tratti. La corona di netti rilievi morenici cir­conda il grande spazio pianeggian­te ancora relativamente salvo dal­l’oc­cupazione edilizia. La storia del ghiacciaio è davanti agli occhi, mo­dellando un territorio ricco di segni lasciati dal suo passaggio, come gli enormi massi erratici, incastonati in un ambiente di fiumi, laghi, torbiere, boschi ma anche piccoli borghi. Un tesoro con molte gemme e tutto da scoprire.

Gli anelli dei 5 laghi di Chiaverano

Cinque laghi glaciali sorgono tra Ivrea e Chiaverano (TO): Sirio, Pistono, Nero, Di Campagna e San Michele. Di questi il lago Sirio è il più grande e profondo. Tutti i 200 km quadrati di pianure interne sono ricchissimi di acque tra pozze e torbiere formatesi dal progressivo interramento, nel corso degli anni, degli specchi d’acqua più piccoli.

Anello del Lago Nero Un percorso che si collega con l’anello di Montresco e che conduce alla conca glaciale del magnifico lago Nero, attraversando aree coltivate a vigna e ambienti naturali selvaggi, tra cui imponenti boschi di castagno. Località di partenza: Bienca – Tomalino Tempo di percorrenza: 2 h e 30’ Livello di difficoltà: facile

Anello di Montresco Si attraversano boschi di castagno e torbiere formando un percorso ad anello attorno al borgo di Poggio Montresco, costeggiando un antico bacino con acquedotto romano. Località di partenza: Bienca Tempo di percorrenza: 2 h e 30’ Livello di difficoltà: facile

Anello del Lago Pistono Anche questa passeggiata naturalistica conduce alla bellissima conca glaciale del lago Pistono, attraversando boschi e terreni paludosi fino al castello di Montalto, da cui si dirama il sentiero “Variante di maggio” che conduce a uno spettacolare punto panoramico sull’anfiteatro morenico di Ivrea. Località di partenza: Montalto Dora Tempo di percorrenza: 2 h Livello di difficoltà: facile
 

L’Anfiteatro Morenico di Ivrea

Una rete di Siti di Importanza Comunitaria e Zone di Protezione Speciale per proteggere un’eccezionale varietà di habitat con un’elevata biodiversità.

La contiguità di habitat diversi in uno spazio ristretto, con la piacevole alternanza di distese lacustri, pareti rocciose, boschi, torbiere, pianure alluvionali e prati, equivale a ricchezza in biodiversità. Per questo motivo, nell’Anfiteatro morenico di Ivrea sono stati individuati numerosi Siti di importanza comunitaria (Sic) e Zone di protezione speciale (Zps). Ricordiamo la definizione di Sic e Zps: “La rete dei Siti Natura 2000 è un sistema europeo di aree caratterizzate da elevata biodiversità, ossia ricche di specie vegetali ed animali ormai rare o minacciate, che devono essere adeguatamente tutelate e conservate. Le tipologie di siti sono due: le “Zone di Protezione Speciale (ZPS)” ai sensi della Direttiva 79/409/CEE, denominata “Direttiva Uccelli” concernente la conservazione degli uccelli selvatici, e i “Siti di Importanza Comunitaria (SIC)” ai sensi della Direttiva 92/43/CEE, denominata “Direttiva Habitat” relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della flora e della fauna selva­tiche”. Sono complessivamente dodici le aree di grande valore naturalistico classificate come Sic e Zps nell’An­fiteatro morenico di Ivrea. Mete ideali per facili escursioni alla scoperta di un territorio tutto da scoprire.

Scopri gli itinerari

[td_block_15 limit=”4″ mx4_tl=”60″]

1.500 Specie floristiche

Dai fichi d’india alle foreste di faggio e giganteschi esemplari di ontano nero.
Oltre alla ricchezza culturale e storica di questi luoghi, a far grande l’anfiteatro è la natura che, in mancanza di un Parco na­turale (che qui ci starebbe a pennello), è un pò meno divulgata rispetto agli aspetti storici e socioculturali tradizionali. Per questo ci si deve rivolgere a singoli esperti e appassionati. Diego Marra, naturalista di Ivrea, è uno di que­sti. «Sono oltre 1.500 le specie floristiche sti­ma­te nel­l’anfiteatro morenico» – sostiene «ma al di là dell’importanza geologica di questi luoghi bisogna valorizzare anche la ricchezza in biodiversità: dai molluschi di origine interglaciale come il Vertigo di Demoulins (Vertigo moulinsiana) a mammiferi come ca­prioli, volpi, faine, donnole, scoiattoli, cin­ghiali e cervi». E poi la vegetazione. Come sempre le foreste cambiano con l’altitudine. Dai 400-500 metri ecco i boschi misti di latifoglie con castagno (Castanea sativa), frassino (Fraxinus excelsior), acero di monte (Acer pseudoplatanus), farnia (Quercus robur) e carpino bianco (Car­­pinus betulus). La roverella (Quercus pubescens) vive sulla sommità dei colli in ambienti più asciutti. Poi sopra i 900 metri è il regno del faggio. «Il clima, in alcune zo­ne assai mitigato, permette la presenza, per esempio presso il lago Pistono, di specie me­diterranee come l’orniello (Fraxinus ornus) o l’alaterno (Rhamnus alaternus) mentre il leccio (Quercus ilex) è d’impianto artificiale. Presso il Poggio del castello di Montalto e ad­dirittura in zone dove il clima è più asciutto si trova il Fico d’India nano (Opuntia hu­mifusa). Presso le zone umide si possono am­mirare esemplari giganteschi di ontano nero (Alnus glutinosa). Ma sono i relitti glaciali la vera chicca botanica come il Pino silvestre (Pinus syl­vestris) che sopravvive sulle colline dove l’ambiente è più secco mentre, dove pre­­­­vale il clima umido, ecco due felci come la grande Felce penna di struzzo (Matteuccia struthiopteris) e la rara Felce remota (Dry­­opteris remota)». Manfredo Ilario, birdwatcher, fa un elogio dell’avifauna presente nei la­ghi. «Si pensi che siamo sulla via di migrazione tra la valle d’A­­osta e la pianura padana. Qui, anche lungo la Dora Baltea che serve da percorso guida agli uccelli, passa di tutto. Tra le 26 spe­cie di anatre sui laghi di Viverone e Candia (quest’ultimo è l’unico parco provinciale) sono state osservate specie rare come l’oca col­lorosso (Branta ruficollis) e addirittura l’americana moretta dal collare (Aythya collaris). I boschi limitrofi ai cinque laghi sono ricchi di avifauna. Vi nidi­ficano il nibbio bru­no (Milvus mi­grans), il lodolaio (Falco subbuteo) e il falco pecchiaolo (Pernis api­vo­­rus). Nella parte occidentale del lago di Vi­­verone si può vedere il Picchio nero (Dryocopus mar­tius) mentre di notte si sente can­tare il succiacapre (Caprimulgus euro­pe­us)».

750 anni di storia

Chiaverano fu fondato nel 1250 dall’allora Vescovo di Ivrea proprio per controllare i traffici provenienti dalla valle d’A­osta da dove arrivavano le ruote da mulino, allora bene indispensabile per la produzione della farina ma che erano soggette a dazi. Il paese, fin dal medioevo, è sempre stato uno snodo importante tra Ivrea, Biella e la Valle d’Aosta e così si procedette vivendo di agricoltura e pascolo per migliaia di anni . La storia recente del territorio è strettamente legata all’Olivetti, che si insedia nel 1908. Nel 1950 l’a­zien­da si potenzia con l’invenzio­ne delle macchine da calcolo, con il ri­sultato di una crescita delle assunzioni e un conseguente abbandono delle terre. Contemporaneamente, cresce una particolare “cultura olivettiana” diffusa sul territorio che coinvolge amministratori e cittadini. Dal 1990, con la chiusura progressiva della Olivetti, si assiste ad un recupero della cultura contadina. Le pagine di storia di questo territorio sono raccolte nell’Ecomuseo AMI (An­­fi­teatro Morenico di Ivrea), fondato nel 2008, che riunisce Enti locali, Associa­zioni e Istituzioni cultu­rali per far conoscere e valorizzare le risorse cul­turali, storiche, naturali e di sviluppo ecosostenibile del territorio.

Le paludi del Pelobate

La straordinaria presenza del più raro anfibio italiano.
La vera emergenza naturalistica dell’anfiteatro è rappresentata tuttavia da un raro anfibio che un tempo viveva in pianura, nelle lanche che fiancheggiavano i fiumi. La rettificazione dei corsi d’acqua, con la trasformazione dei fiumi in canali, oltre ad aumentare il rischio di esondazioni, ha pro­vocato una forte perdita di biodiversità. Per questo il Pelobate fosco italiano (Pe­lobates fuscus insubricus), unico anfibio in Italia considerato prioritario (specie asteriscata) dalla Ue, è so­prav­vissuto prevalentemente in zone moreniche meno disturbate e ancora ricche di piccoli specchi d’acqua. Chi studia questa specie e la protegge in questo luogo è un naturalista doc, per di più del posto: Paolo Eusebio Ber­gò. «Oltre al Ticino lombardo» dice «questa è l’unico luogo in Italia dove il Pelobate riesce a sopravvivere in modo relativamente stabile, con po­polazioni ancora numerose e non eccessivamente isolate». L’importanza di questa zona ricca di bacini lacustri, stagni, torbiere, ac­quitrini assume ancora più valore per la presenza di zone umide temporanee che vengono inondate in primavera e comunque in periodi limitati del­l’anno, con il risultato che non es­sendovi pesci o altri predatori ac­qua­tici, gli anfibi come il Tritone punteggiato, quello crestato e soprattutto il Pelobate fosco, riescono a non es­sere predati nella loro delicata fase di sviluppo larvale. In specchi d’ac­qua più grandi pur­troppo sono arrivate specie a­liene pericolose per gli equilibri am­bientali, come il siluro nel lago Si­rio o il Gambero della Louisiana in quelli di Vi­verone e di Candia, più recentemente comparsi anche in qualcuno dei cinque laghi di I­vrea. Per salvare il Pelobate fosco, stimolati dall’instancabile attività di Paolo Eu­sebio Bergò, definito da molti il “guardiano del Pelobate”, si sono mossi Provincia di Torino, Regione Piemonte e Comune di Chiaverano che, nell’ambito di una specifica mi­sura del Piano di Sviluppo Rurale (PSR 2007-2013, mi­sura 323), attingendo da fondi europei, hanno fi­nan­ziato il progetto di realizzazione di nuovi specchi d’acqua temporanei sostenendo anche attività di controllo e monitoraggio della prima popolazione scoperta in questo territorio. «Si, perchè questo ro­spo» conclude Bergò «sembrerebbe aver bisogno di una vasta gam­ma di zone umide utilizzate di anno in anno a seconda del­le condizioni metereologiche».

Una rete di musei

Un itinerario socio-culturale tra miniere, mulini e carri agricoli.
Come se si trattasse di Centri visita di un Parco storico-naturale, 11 musei realizzati da 15 Comuni sono distribuiti sul territorio per essere visitati secondo un itinera­rio socio culturale delle tradizioni locali. Il coordinamento, a mò di Centro Parco, è presso l’Ecomuseo AMI (Anfiteatro Morenico di I­vrea) di Chiaverano, tutto un fervore di iniziative per il recupero e la valorizzazione della cul­tura tradizionale. E’ aperto dal lunedì al ve­ner­dì in orario di ufficio (tel. 0125-54533). Gli altri musei sono visitabili nei week-end da metà giugno a metà ottobre. Con la collaborazione di giovani del posto, danno informazioni, divulgano eventi, organizzano escursioni. Eccone la sintetica descrizione della rete dei musei del territorio. Museo della Castagna (Nomaglio). E’qui l’unico mulino spinto dalle acque per la lavorazione delle castagne. Bello anche il sentiero che si snoda tra castagni secolari e piccole co­struzioni usate nel passato per la lavorazione dei frutti del bosco. Museo della civiltà contadina (Andrate). Vi sono ospitati oltre 700 oggetti utilizzati per il la­voro nelle campagne, fotografie e mezzi agricoli ottocenteschi. Museo la “Botega del Frer” (Chiaverano). Come si lavorava il ferro nel ‘700? Qui è ri­costruita la bottega del fabbro ferraio (rimasta at­tiva dal 1720 al 1970) con attrezzi e una speciale ruota idraulica. Museo della Resistenza (Sala Biellese). E­spone materiale iconografico raccolto da protagonisti della Resistenza e da ricercatori. Alcuni sentieri collegano i luoghi più emblematici della lotta di Liberazione attraverso pianori e paesaggi boscati. Un bel tuffo nella storia per non dimenticare. Museo dell’oro e della Bessa (Zubiena). Ven­go­no spiegate, anche coinvolgendo praticamente i visitatori, le tecniche che si usavano per la ricerca dell’oro. Si tratta del maggior complesso di resti di coltivazioni di terrazze aurifere (“aurifodine”) da parte dei romani in Piemonte. Museo “Storie di carri e carradori” (Zi­mo­ne). Mostra come veniva costruito e utilizzato il car­ro agricolo, strumento allora indispensabile per la lavorazione dei campi. Museo d’arte contemporanea all’aperto (Ma­glione). Si possono ammirare 160 affreschi acrilici sui muri all’aperto realizzati da professionisti per divulgare l’arte contemporanea. Niente a che fare con certi orribili cosiddetti graffiti urbani. Essendo all’aperto è sempre vi­si­tabile. Museo didattico “Memorie del tempo” (Pe­ro­sa). Espone presso il Municipio di Perosa una serie di oggetti dell’800-’900 divisi per utilizzo con nome italiano e piemontese. Museo civico “Nòssi Rais” (San Giorgio). Rac­coglie reperti di attività agricole e artigia­nali, strumenti di lavoro e una delle prime macchine fonostenografiche tra cui la “Mi­che­la” (dal no­me del suo inventore nativo di San Giorgio Ca­navese) una delle prime macchine fo­no­steno­grafiche usate nel Regno d’Italia Museo mineralogico (Brosso). Ancora lavorazione del ferro attraverso fotografie, do­cu­menti, cartografie e attrezzature tra cui fornaci di arrostimento, vasche di lavatura e fu­cine. Museo “Il ferro e la Diorite” (Traversella). Contiene una collezione di minerali di oltre 300 esemplari, oltre alle attrezzature delle miniere di Traversella. All’esterno è possibile visitare il Geoparco minerario con parte delle gallerie e dei pozzi che venivano utilizzati per estrarre i minerali.