I viaggi che non avresti fatto

L'antico cammino
della Via Appia

Via dell'Appia: tra Storia e Natura

Nel 312 a.C. Roma era da tempo in guerra con i Sanniti. Un nuovo asse viario venne costruito dal censore Appio Claudio Cieco per portare velocemente le truppe verso Capua. Succesivamente la strada fu allungata fino a Brindisi, fornendo così ai romani un accesso diretto ai paesi orientali. Essa, che prese il nome dal magistrato che l’aveva costruita, divenne la via di comunicazione più importante del mondo romano, la “regina delle strade”. L’intero percorso, abbandonato in quanto tale da secoli, è stato recentemente “ritrovato” e ritracciato da Paolo Rumiz, giornalista de “La Repubblica”, con la proposta di farne un nuovo itinerario pedonale, un diverso “Cammino di Santiago”. Una bella iniziativa, che per ora ha dato origine a uno splendido libro (Appia, Feltrinelli 2016). Non so, in tutta franchezza, quante possibilità abbia questa proposta di essere realizzata. Tuttavia, vista la portata inter-regionale dell’impresa, dovrebbe essere il Governo a prendere l’iniziativa, con stanziamento di fondi e inizio di lavori, a cui si aggregherebbero successivamente le possibili iniziative regionali, comunali e private. Un impegno tutt’altro che banale. Quel che appare quasi ovvio in Spagna, da noi diventa difficilissimo. Se il Cammino di Santiago oggi è bene organizzato nelle sue varie articolazioni, non si può immaginare che il turista ritrovi l’Appia Antica sulle cartine militari, utilizzando il GPS, scavalcando recinti e solcando campi coltivati senza indicazioni, come ha fatto Rumiz. Però tracciare in modo palese il percorso, lasciando ogni altra opera all’iniziativa privata, implica notevoli rischi. Ci vorrebbe, come dire, un “piano regolatore” dell’ Appia Antica. Un “vaste programme”, avrebbe ironizzato De Gaulle.
E tuttavia esiste un tratto dell’Appia Antica già organizzato e palese. E’ quello detto romano, cioè cittadino, lungo circa 16 km e ora incluso nel Parco Regionale dell’Appia Antica, istituito nel 1988. Si estende dalla Porta San Sebastiano fino all’incrocio con l’Appia Nuova alle Frattocchie, già in vista dei Colli Albani. Comprende anche parecchie aree collaterali sia archeologiche – area degli acquedotti – sia naturalistiche, per un complesso di ben 3.500 ettari. Stiamo quindi parlando del parco urbano più grande al mondo.
Un gregge davanti all’Acquedotto, una scena che ricorda le stampe ottocentesche Sotto, le torri del Circo di Massenzio, uno dei più importanti siti archeologici dell’area

Stormi di pappagalli in libertà

Nel territorio del Parco dell’Appia si possono ammirare gli stormi di pappagalli in libertà probabilmente più consistenti d’Europa. Qui si tratta prevalentemente di parrocchetti monaci (Myiopsitta monachus), una specie originaria del Sud America. Le dimensioni sono simili a quelle del più noto parrocchetto dal collare, osservato a Roma già alla fine degli anni ’70. Se ne distingue facilmente per avere la fronte, le guance e il petto grigio chiaro. Da allora il numero di entrambe le specie è costantemente cresciuto e i parrocchetti sono una presenza stabile in molte regioni italiane. Nell’area dell’Appia antica la prima nidificazione fu segnalata nel 2002. E’ frequente osservare questi chiassosi uccelli mentre si cibano di semi di cardi e di altre essenze nelle radure della Caffarella.

Itinerario ciclistico-pedonale

L’area degli Acquedotti è uno dei grandi temi archeologici romani. Purtroppo non esiste una soddisfacente continuità con l’Appia Antica. Tuttavia i blogger di Life-in-Travel (www.lifeintravel.it) hanno ideato un itinerario ciclabile, che parte dal quartiere Quadraro, e più precisamente dal B&B Martini Bed (www.martinibed.com). Tra l’altro Martini Bed, nel cui cortile c’è un’incredibile mini foresta tropicale, è un buon punto di partenza anche per chi va a piedi. Da qui si attraversa Piazza del Quadraretto per poi svoltare in via del Quadraretto fino alla ciclopedonale che oltrepassa la ferrovia. Girando a sinistra si entra nel parco di Torre del Fiscale, un’area verde molto interessante, dove però ci sono spazi degradati, con quei transennamenti provvisori tipici di troppi monumenti italiani, “lavori in corso” che forse mai sono iniziati e che forse mai finiranno. Da Tor Fiscale uno sterrato conduce all’area acquedotti senza mai mettere in pericolo ciclisti e pedoni. Anche qui è facile rivivere le emozioni dei vedutisti dell’800 che hanno ritratto in così tante occasioni le greggi nella campagna romana all’ombra dei grandi acquedotti. Un gregge di pecore del Parco staziona infatti in permanenza nei 240 ettari dell’area. Sull’itinerario ciclistico-pedonale superiamo il Fosso del- l’acqua Mariana, un condotto artificiale realizzato nel 1122 da papa Cal- listo II, così importante da attribuire il nome a tutti i canali di Roma, le marrane. Dopo aver oltrepassato un’arcata dell’acquedotto Claudio, il percorso costeggia un campo da golf uscendo sull’asfalto. Questo breve tratto urbano, permette, infine, di congiungersi con l’Appia Antica.

Il libro dei sogni

Se il Parco urbano dell’Appia Antica è il più grande al mondo, lo è solo virtualmente perché, come abbiamo visto, è in gran parte inaccessibile. Uno dei suoi problemi è la permeabilità con il mondo urbano circostante, che sarebbe un vantaggio in una situazione urbanistica e sociale diversa. Nella realtà, Roma tende a “soffocare” l’Appia Antica. Nel Richmond Park, in piena Londra ma cintato, ci stanno più di 600 cervi e daini. Perché non immaginare qualcosa di simile per l’Appia Antica? Ovviamente gli attraversamenti stradali, in precedenza citati nel testo, andrebbero chiusi oppure interrati come il G.R.A. Bisognerebbe anche creare un corridoio pedonale tra l’Appia Antica e l’area degli acquedotti (disturbando forse il Circolo del Golf?) per stabilire una parziale contiguità territoriale. Rimane il problema più grande, quello delle privatizzazioni. Altri paesi (la Scozia, più recentemente, ma da tempo i paesi nordici), lo hanno risolto con leggi ad hoc che stabiliscono, ovunque e per chi va a piedi, un diritto d’accesso sulle proprietà private (escluse le case e gli immediati accessi, ovviamente). Non stiamo parlando di paesi comunisti, ma a capitalismo avanzato. Qui sarebbe tanto più ovvio, visto che grandi terreni privati impediscono l’accesso non solo a boschi e prati, ma a quello che è uno dei più importanti patri- moni culturali dell’Italia e del mondo. Un primo passo dovrebbe essere quello di vietare a tutti l’accesso motorizzato all’Appia Antica, con ostacoli permanenti nei punti di accesso, almeno nei tratti dove già esiste il divieto generico. Sì, perché il divieto, che tra l’altro oggi può violare impunemente chiunque, non vale per i proprietari delle varie ville e istituzioni sparse sul percorso. Se un tizio trova un reperto archeologico nella sua proprietà non mi risulta che se lo possa tenere per esibirlo solo agli amici. Perché dunque un simile privilegio ai proprietari terrieri del Parco, e in sovrappiù quello di godere del beneficio di poter impunemente violare un monumento antico (quale è il basolato dell’Appia) per accedere alla proprietà? Tra l’altro ne approfittano in modo spudorato. Ho visto io stesso una “festa serale in villa” con decine di SUV parcheggiati sull’Appia. Hanno la villa in Appia? Bene, ci vadano a piedi, in bici, a cavallo. Magari un domani si riuscirà più facilmente a rendere pubblico ciò che oggi è privato. Chissà se il Comune di Roma e la Regione Lazio leggeranno queste note e magari vorranno esporre a Oasis i loro pareri, impegnandosi a metter mano al dossier Appia Antica, il cui “Piano del Parco”, pur insufficiente, già esiste e va nella direzione delle mie proposte. Gli strumenti ci sono, ci vuole anche la volontà politica. Eppure, a volte, i sogni si avverano. Francesco Gandolfi

Un pezzo di storia salvato dall’abusivismo

Il Parco regionale dell’Appia Antica è la realizzazione di un sogno, quello di Antonio Cederna, che ha segnalato per anni la perdita inestimabile di valore che sarebbe derivata dal lasciare questa fetta di Ro- ma in preda a palazzinari e speculatori di ogni risma. Gli scritti di Cederna hanno aperto gli occhi a tutti sugli appetiti malsani cui era soggetto questo cuneo di verde e di storia che dal centro di Roma si apre verso i Colli Albani. E sui danni che erano già stati perpetrati, dalla costruzione di case e appartamenti dentro e sopra i monumenti, al furto di marmi e statue, allo sfregio del paesaggio. Dopo anni di battaglie culturali questa zona è stata finalmente protetta e sottratta per sempre agli interessi speculativi e all’abusivismo, anche se l’attenzione deve essere sempre mantenuta alta e ancora oggi tocca intervenire e denunciare. Ma per fortuna questo è uno dei rari parchi benvoluti dai cittadini: qui non c’è frattura tra difesa del patrimonio culturale, anche a carattere ambientale, e attività ricreative della popolazione. Ogni fine settimana il Parco organizza attività culturali e visite guidate, dalle semplici passeggiate agli orti urbani, ai tour archeologici allo scopo di far comprendere uno dei valori fondamentali dell’appia Antica, il contesto. Qui non si tratta solo di monumenti (in ultima analisi la vera meta di turisti e visitatori), ma di paesaggi unici in cui le rovine sono inserite nell’ambiente della Campagna Romana, un contestofatto di opus e pini, di basiliche e pecore, di vulcani e laghetti, di volpi e orchidee.

Nonostante il traffico veicolare offensivo, che il Parco da sempre chiede di limitare e irreggimentare, l’Appia Antica è ancora il luogo dove il paesaggio stimola il pensiero. Non è raro incontrare violinisti che suonano sotto gli alberi della Valle della Caffarella e artisti di strada che si esercitano vicino gli acquedotti romani, insieme a chi passeggia, chi va in bicicletta, chi corre e chi chiacchiera. Tutti accomunati da un grande amore per il contesto ambientale, amore che si traduce in profonde meditazioni come nell’acquisto di verdura, formaggio e miele prodotti all’interno dei 3.600 ettari di Parco. Da qualche anno lungo l’Appia Antica sono tornate le lucciole, ed è uno spettacolo vederle sciamare attorno ai visitatori che di notte ascoltano conferenze e si aggirano sul basolato di 2.300 anni fa dell’autostrada più antica del mondo. Qui al parco dell’Appia Antica abbiamo un sogno, un sogno che nasce dal collegare l’area archeologica dei Fori con quella del Parco dei Colli Albani: che i turisti e i viaggiatori di domani inizino il loro viaggio a Roma proprio da questa via, come accadeva a chi risaliva la penisola al tempo del Grand Tour dei secoli passati. Che scesi dall’aereo a Ciampino o dal treno a Tiburtina non prendano l’auto, ma arrivino all’Appia con i mezzi pubblici e qui si spostino in bicicletta o a piedi, trovino aree di ristoro e magari anche un posto per dormire e arrivino poi in città dopo aver respirato un’idea di bello che li abbia arricchiti per sempre. Perché questo è il Parco della grande bellezza e della qualità della vita. Tutti i giorni e sotto casa.

Il mio percorso nella via Appia

Ho visitato l’Appia Antica quasi casualmente, perché avevo due giorni “vuoti” a disposizione a Roma. Due giorni: tanti per il turista medio, eppure insufficienti per un’area così ricca di reperti archeologici e naturalistici. Ci vuol tempo per assorbirne l’atmosfera, non parliamo poi di coglierne l’essenza, il tono, con immagini statiche. Eppure l’Appia Antica ha una personalità tale da riuscire ad imporre, diciamo così, le sue inquadrature al fotografo, facilitandogli il compito.